Dal volume: “L’Ombra del cuore”

 

Inno alla città di
Sant’Andrea del Garigliano



Paese mio,
che stai sulla collina,
guardi sonnolento la tua grandezza,
che si espande lungo i monti e la tua piana;
mentre il Garigliano va lento verso il mare.
Paese mio,
sei la gramigna che non si estirpa mai,
tutto di te non ho mai dimenticato,
ora assaporo questi dolci momenti,
perché troppe volte ti trovo appeso ai miei ricordi,
che in un attimo mi sembra di sfiorare con lo sguardo.
Ti osservo con piacere la mattina,
negli occhi miei il tuo presepe,
denso di profumi freschi della terra tua.
Paese mio,
quando ti lasciai,
una lacrima versai,
che amaramente rigò il mio viso:
or nel cor ho tanta malinconia. …
Un dì lontano ti chiamavi “Villa”,
oggi come tale appari ai figli tuoi,
con le lontane guerre ti fecero “Santo”,
ed ora giaci splendente nella “Valle dei Santi”.
Sonnolento giaci mentre t’accarezza il vento
E sotto i tuoi potenti battiti
emetti un alito fresco di storia pura.
Ti coroni di mitica bellezza antica,
mostri lo stemma ch’è di fecondo grano,
con la corona attorniata di stelle d’oro.
Paese mio,
reame dei figli tuoi,
perdonami se puoi…
Se gli echi e le mie parole giungono fino a te,
tu, paese mio,
sorridi per me.
Or sto navigando per la celeste prateria,
con l’amore dei Santi e di Dio in compagnia;
paese mio,
domani, quando nascerà il nuovo sole,
io non sarò con te,
tu non sarai con me,
ma il mio cuore ti porterà via con me,
così saremo insieme per l’Eternità.
… Così saremo insieme per l’eternità.

 

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Ho dedicato l’inno con tanto amore al mio paese che mi ha dato i natali. Dopo un’attenta riflessione sull’inno che avevo donato alla città di Cassino, ho voluto regalarmi un momento di felicità onorando a S. Andrea del Garigliano, (Paese mio natale) un ricordo che resterà indelebile nel tempo in memore dei figli suoi. Io affermo: “E’ un gigante che guarda dalla sua meravigliosa collina esposta ad occidente verso la verde piana dove il Garigliano scorre lentamente verso il mare”. In seguito, con un tocco di magia pura, lo definisco come “un presepe che giace sonnolento”, mostrando la sua grandezza al mondo intero, con l’alternarsi dei colori come cambia il cielo. Continuo nell’affermare che del mio paese nulla ho dimenticato ed ora assaporo questi momenti dolci, “perché troppe volte ti trovo appeso ai miei ricordi, che in un attimo mi sembra di sfiorare con lo sguardo”. Penso ai momenti tristi e dico: “Quando ti lasciai, una lacrima versai, che amaramente rigò il mio viso”, ora mi sento malinconico. … Però ritorno con dolcezza e con piacere in un momento esistenziale di lontananza storica e dico: “Un dì lontano ti chiamavi “Villa”, oggi come tale appari ai tuoi figli. Sotto i potenti battiti di vento emetti un alito di storia pura. Ti coroni di mitica bellezza antica, mostri lo stemma ch’è di fecondo grano, con la corona attorniata di stelle d’oro”. La storia di Sant’Andrea è un tassello inclinato per me, in quanto non sono riuscito a trovare notizie per la mancanza di documenti storici, ma mi rifaccio ad un momento non lontano, esattamente quando il territorio, sotto la dominazione della chiesa, prende il nome di “Valle dei Santi”: in queste nobili terre colme di fede e di preghiere, oggi i paesi “Santi” sono sette: Sant’Elia fiume Rapido, San Pasquale, Sant’Angelo in Theodice, San Giorgio a Liri, Sant’Apollinare, Sant’Ambrogio sul Garigliano ed, infine, Sant’Andrea del Garigliano. Dopo lunghi tormenti mi sento afflitto per non poter dare notizie più dettagliate ed allora concludo dicendo: “Or sto navigando per la celeste prateria, con l’amore dei Santi e di Dio in compagnia; paese mio, domani, quando nascerà il nuovo sole, io non sarò con te, tu non sarai con me, ma il mio cuore ti porterà con me, così saremo insieme per l’Eternità”.
                                            Orazio Di Resta

 

 

 

Inno alla città di
Pastena

Le braccia dei tuoi avi
tolsero l’aride pietre:
dal seme della terra
germogliò il bel paese
e dalle porte dell’avo borgo
si guardavano i sue stati.
Dalle cruente battaglie
i condottier si son fermati,
ed i briganti han lasciato
i funesti messaggi a rimirar.
I Re e gli eroi son passati
prima di ancor di Garibaldi. …
Con gli anni andarono avanti
alla guerra del mondo,
Pastena,
con amore e con sudore,
gli sfollati ospitò.
Tra i tedeschi e gli ospitati
son passati gli alleati
che, insieme ai partigiani
hanno dato a Pastena la libertà.
Con la gente pastenese
son rinate le colture,
con la croce e con la fede
si rinnova la città…
Con le chiavi del tuo stemma
S’apre la porta del domani
alla gaia tua città.
Dai monti all’altopiano
scende a valle il paesello,
dallo sperone del gran Santo
si estende le città.
Dalle grotte scorre l’acqua,
nell’incanto della roccia
il gran fiume sottoterra
scorre lento verso valle…
e dall’arte del divino
nasce anche il grande Nino,
che maestrale lui si fa
sotto l’impeto del vento.
bianche e rossi vanno gai,
con una vita lunga lunga,
scendono a valle a lavorar
e col folclore del passato
fan danzare la città.
Troppo bello è il paesello,
con le vie a ritornello;
tutte belle le casette
di presepio, tutte strette,
messe a nuovo a sonnecchiar.
Tra le tante, gli alberelli,
vanno in fila come fratelli,
e, con un soffio del Divo e del vento,
sui viali si mettono a rumoreggiar.
I due Santi del paese
dal gran monte guardan giù,
mandano un dardo ai pastenesi,
dalla gioia alla virtù.

 

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Le braccia dei tuoi antenati, ripulirono le pietre aride del monte mettendo in luce la terra per le coltivazioni che servivano per il sostentamento della città. Da allora dal paese e dalle porte si potevano scorgere i due stati confinanti. Dopo le cruente battaglie del passato, i condottieri si sono fermati su questo suolo mentre i briganti hanno lasciato i loro messaggi di morte per far riflettere. Tanti personaggi della storia, re ed eroi, sono passati prima ancora di Garibaldi. Dall’unità d’Italia andando avanti con gli anni si giunge al secondo conflitto mondiale. Durante l’evento bellico Pastena ospitò gli italiani sfollati e gli accudì con le poche risorse di cui disponeva. Il comando tedesco alla vista degli alleati e dei partigiani, si diedero alla fuga, e nella città di Pastena tornò di nuovo la libertà. E così la gente pastenese riprese le sue colture, la sua fede cristiana e iniziò a rimodellare la città, a sventolare lo stemma con le chiavi, che, come una metafora apre le porte del futuro alle persone che in esso vi abitavano. La città si riveste di gioia e felicità, dal monte iniziarono a costruire le case fino alla pianura. Dalle grotte scorre l’acqua dalle rocce sovrastanti e il fiume sottoterra, che scorre lentamente verso la valle. L’arte scopre anche il grande maestro Nino Manfredi, che dimora nelle ridente città, e che la sua maestria di Divo si sparge come il vento nel mondo. I pastenesi dal colore del viso bianco e rosso, vanno gioiosi con una vita lunga, scendono a valle a lavorare e la sera con la fisarmonica e con i canti popolari si mettono a ballare. E’ troppo bella la città, con le vie tortuose e le case tutte strette che sono simili ad un presepio, fatte nuove invitano a riposare. Tra le tante case ci sono gli alberi tutti in fila che sembrano fratelli. Con il soffio del vento e con la spinta di Nino Manfredi, la gente sul viale si mette a chiacchierare, mentre i due santi guardano giù dal monte e inviano la gioia e la virtù al cittadino a alla città di Pastena.

 

Vecchio quaderno

Un quaderno di infiniti ricordi
l’osservo girandolo tra le mani,
le pagine ingiallite color paglia,
lo scritto a malapena si legge,
è solo un ricordo del tempo
che nessuno legge e sfoglia più.
Gli acari lo hanno mangiato,
tra le righe buchi in sequenza,
le parole scritte mi colpiscono ancora,
mentre i ricordi sono indelebili,
mai cancellati.
Pagine sbiadite e ripiegate malamente,
quasi tutte color paglia,
un santino trovo quasi per caso;
anche lui come il quaderno: scolorito.
I miei pensieri vagano altrove
e dagli occhi miei affiorano due lacrime,
Attonito, guardo e sfoglio,
lego quasi colmo di lacrime amare.
I fogli son pieni di polvere e fragili al tatto,
colmi mi suscitano intense emozioni,
spasimi, gorgheggi e persino lamenti di dolore.
Un quaderno quasi distrutto
con dentro il mio cuore,
una poesia: “A mia madre”. …
Quanti ricordi,
quante emozioni…
dalle sofferenze più atroci
alle gioie più intense.
Versi indelebili,
scritti con i pensieri dell’anima,
con la voce del cuore…
versi profondi,
colmi di ogni affetto.
Lo porto sempre con me,
perché è un insieme di tanti ricordi
ed altrettanti rimpianti,
di infinite emozioni
e di atroci lacrime amare;
è il quaderno della mia vita…
con lui chiudo gli occhi alla vita.

 

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La lirica titolata “Vecchio quaderno” nasce durante una festicciola in famiglia nel mese di Maggio dell’anno 2002, esattamente il giorno 8, tutti riuniti per festeggiare la “Festa della Mamma”. Tra i tanti ricordi venne  quello del quaderno che portai per quella occasione in mia compagnia, perché è colmo di tanti ricordi da farmi scaturire dentro tantissime emozioni. Nel prenderlo e nel leggerlo ai miei cari, dissi: “E’ un quaderno di infiniti ricordi, l’osservavo girandolo tra le mani e noto le pagine ingiallite color paglia, lo scritto a malapena si legge” … E’ un quaderno che nessuno legge e sfoglia più. “Gli acari l’hanno mangiato, tra le righe buchi in sequenza, le parole scritte mi colpiscono ancora… I miei pensieri vagano altrove e dagli occhi miei affiorano due lacrime, i palpiti del mio insensibile cuore si tramutano in un’immensa emozione: è un quaderno quasi distrutto con dentro il mio cuore, una poesia: “A mia madre” … “Quanti ricordi, quante emozioni.” ... “Versi indelebili, scritti con i pensieri dell’anima, con la voce del cuore … versi profondi, colmi di ogni affetto”. Questo mio quaderno lo porto sempre con me, là ci sono reconditi i miei sogni svaniti, le mie emozioni, soprattutto qualcosa che mi lega a lui profondamente e “con lui chiudo lentamente gli occhi alla vita”.

 

Memorie di un popolo
“Linea Gustav”

Lungo le vie che per Montecassino andavano,
migliaia di giovani, vecchi, donne e bambini
s’accalcavano per salutare con i fiori in mano
i convogli militari della presunta liberazione.
Esuli sugli steli e volti tutti col viso al cielo,
acclamavano con tanta tenerezza la libertà avuta.
In quei dì nacquero tanti acerbi fiori,
tra loro, di sicuro il fiore del Signore.
Mi sento dentro una stupenda gioia
nel rimembrar quei piccoli gioielli
che madre natura sorrise loro incerta
e nel mio freddo cuor inverno ancora c’è.
Tra i carri armati,
le baionette ed il fucili spianati
dell’acerrimo convoglio,
cantavano i marocchini;
uomini spietati e criminali assetati di vendetta,
massacrarono innocenti e tanti con lor morirono.
Stretti in una morsa tra i fuochi di mitraglia,
la morte riempiva ogni giorno il suo carniere,
le cannonate, facevano strage ovunque,
ma tra le tante anche l’amor sbocciò:
naturalmente, fu quello proibito;
bambine e bambini seviziati,
giovani stuprate,
madri di bambini emarginati,
son figli della bella terra ciociara,
acerbi frutti di una vendetta iniqua,
col sapore dolente dell’infranto amor.
Quanti grembi di giovani innocenti,
quante vigliaccherie subì quella gente,
quanti orrori giungono agli occhi miei,
persino chi si difendeva doveva morir,
mentre il frutto preparato
a danno di un amor mai condiviso oggi è qua,
tra noi, come testimone di una crudeltà.
Nei piccoli paesi del sud della Ciociaria,
ancora oggi si ricorda così:
“Aspettavamo tutti gli americani
con un mazzo di fiori in mano,
invece arrivarono i puledri di tre anni.”
Gli orrori della guerra sono agonie della terra,
nella sua menzogna c’è solo vergogna.
Questa nel quarantatre fu la terra mia,
la madre virtuosa che giace in agonia,
dopo tante peripezie e tanti affanni
si scongelarono i più tremendi danni.
Ora, un’altra luce splende
sul monte dell’ardor
dopo tanti malanni,
splende la speranza dell’amor.

 

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La lirica “memorie di un popolo” prende vita il 21 Marzo del duemilacinque: Festa di S. benedetto. Dopo una mia attenta riflessione sul via vai di persone dirette a Montecassino in occasione della giornata del santo patrono d’Europa, un flash di memori ricordi mi portano a riflettere su quanti nel 1943 – 1944 salirono per quelle strette viuzze per difendersi dai continui cannoneggiamenti nemici e dalle fortezze volanti che bombardavano ininterrottamente sia Cassino che l’Abbazia di Montecassino prima che le forze di liberazione giunsero dal Sud. Scrivo: “Migliaia di giovani, vecchi, donne e bambini s’accalcavano per salutare con i fiori in mano i convogli militari della liberazione” e, tutti volti col viso  al cieli, “acclamavano con tanta tenerezza la libertà avuta”. Poi il mio frenetico pensiero mi porta alle nascite di tanti acerbi fiori avvenuti dopo la guerra, e dico: “di sicuro tra loro è nato anche il fiore del Signore; mi sento dentro tanta gioia nel rimembrar quei piccoli gioielli, perché in quei giorni persino “madre natura sorrise loro incerta.” Ricordo quasi spaventato, che “Tra i carri armati, le baionette ed i fucili spianati sull’acerrimo convoglio, cantavano i marocchini”; erano “uomini spietati e criminali assetati di vendetta e massacrarono innocenti e tanti con lor morirono.” Sotto le cannonate ed i fuochi delle mitraglie si vedevano cadere i corpi innocenti in uno spietato conflitto che non dava tregua, mentre “la morte ogni giorno riempiva il suo carniere”. Naturalmente, tra le cannonate, gli spari di fucili ed i fuochi intrecciati delle mitraglie nascevano tanti acerbi amori, quelli cruenti della spietata guerra, mentre si vedevano seviziare dai marocchini: bambine e bambini, giovani e madri della bella terra ciociara. In quel periodo, tanti erano i grembi di giovani innocenti che subirono vigliaccherie; ora, “quanti orrori giungono agli occhi miei”. Ancora oggi, dopo sessant’anni dalla distruzione di cassino e Montecassino, le giovani donne e tante madri d’allora ricordano quei momenti e più di qualcuna oggi, sotto un tremito d’emozione, mi racconta: “Aspettavamo felici cantando gl’inni di Dio per l’avanzata delle truppe della “Liberazione” … Ma non fu così…” ci trovammo dinanzi un esercito male intenzionato, capace di commettere sevizie di ogni tipo e noi ragazzi d’allora, mentre “mentre aspettavamo tutti gli americani con un mazzo di fiori in mano, arrivarono i invece i puledri di tre anni”. Concludo dicendo: In questa lirica ho condensato tutte le emozioni, le paure, le ansie e le speranze di quei tristi momenti ed ancora oggi noto con profonda amarezza che: “gli orrori della guerra sono agonie della terra, nella sua menzogna c’è solo vergogna … Questa nel quarantatre fu la terra mia,  e dopo tante peripezie e tanti affanni si scongelarono i più tremendi danni”.

 

Montecassino mio …

Dalla mia terrazza
quasi sempre colma
di fiori e di profumi,
mi sembra di vivere
in un april rinato,
spesso giulivo
m’affaccio al veder tuo;
l’afa ed un lieve venticello
mi accompagnano nei dì,
mentre sul tuo monte
si respira un sentore d’aria pulita,
quaggiù i profumi
di ginestre e di mille fiori montani
inondano la valle e Cassino città.
Osservo atterrito,
quasi sconfitto,
le bellezze tue
colme di storia
e di infiniti tormenti,
quando l’ultimo raggio di sole
segna il crepuscolo
la sera accende pian piano
le tue strette viuzze
che dall’alto un po’ fioche
ci stanno a guardare.
Non voglio ricordare
la tua distruzione,
ma l’ammirare
solo questi luoghi intimi
fatti d’amore e di fede.
Oggi con Dio in gloria
hai riacquistato la vita,
mentre coloro
che hanno dato la vita
sono ancora con te,
custodi come figli tuoi
perennemente in seno tuo.
Maestoso m’appari agli occhi miei
e in segno d’amore
e di grandezza divina
sforgi incanto
in tutti i tuoi luoghi ed averi.
Nelle notti cupe e silenziose
sui tornati che portan lassù,
l’eco gioca col transitar del pellegrino
che devoto torna
a consacrar l’anima sua.

 

ЖЖЖЖЖ

 

La poesia titolata “Montecassino mio…” nasce il 2 Giugno 2004. nei miei versi evidenzio le bellezze del Monastero che posso ammirare dalla balconata della mia abitazione esposta di fronte ad essa; osservo i colori del monte ed i verdi pini che circondano l’Abbazia e col mio olfatto annuisco gli odori dei fiori e delle ginestre che si specchiano nel mio cielo limpido e sereno. Scrivo: “Dalla mia terrazza quasi sempre colma di fiori profumati, mi sembra di vivere in un april rinato, spesso giulivo m’affaccio al veder tuo”. Un venticello fresco proveniente dai monti vicini e l’afa mi accompagnano nei dì, “mentre sul tuo monte si respira un sentore d’aria pulita”. Tra le campane ed il centro abitato, “quaggiù i profumi di ginestre e di mille fiori montani inondano la valle e Cassino città”, Intanto, i miei pensieri scorrono lungo le antiche rovine dove affiorano alla mente le bellezze colme di storia. Il giorno volge al tramonto, “quando l’ultimo raggio di sole segna il crepuscolo della sera accende pian piano le tue strette viuzze che dall’alto un po’ fioche ci stanno a guardare”. Rifletto a lungo sull’Abbazia che domina la valle, ma non desidero riportare tra i versi la distruzione, “ma ammirare solo questi luoghi intimi fatti d’amore e di fede”. Con i pensieri che si accavallano nella mia mente continuo a mettere in versi le mie emozioni e sotto l’impeto della penna mi cimento in un silente colloqui: “maestoso m’appari agli occhi miei e in segno d’amore e di grandezza divina sfoggi incanto in tutti i tuoi luoghi ed averi”. Tutto mi appare stupendo agli occhi miei, la fede, l’amore e la gloria sono i principali tuoi averi. Ormai stanco, chiudo la lirica con gli ultimi versi dicendo: “Nelle notti cupe e silenziose sui tornati che portan lassù, l’eco gioca col transitar del pellegrino” che, devoto a Dio, alla Vergine Maria e San Benedetto, porta a consacrar l’anima sua.

 

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Legge del 22 Maggio 1993 N° 159
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