Dal libro
Fiat: Ultimo grido

PREFAZIONE
Poiché non sono un sinologo, una prefazione di mio pugno al libro “Fiat: “Ultimo grido” può essere soltanto una testimonianza dell’esperienza personale acquisita nel corso della mia vita lavorativa, grande e straordinaria nella casa automobilistica torinese nell’azienda di Cassino, che menziono in piccoli stralci in questo libro. Nello stesso tempo mi offre una gradita occasione per rendere omaggio una volta di più alla memoria della grande famiglia "Agnelli”. Ricordo il Presidente della Fiat, Avv. Gianni Agnelli e il successore, fratello Umberto Agnelli. Se questo libro si potesse afferrare con facilità, quest’opera non avrebbe bisogno di una prefazione. Le cose stanno ben diversamente, perché gli aspetti oscuri sono tanti e tali da non poterli portare in piena luce. La sensibilità per il significato vivo e permanente del testo conferisce alla sua versione una profondità di prospettiva reale. Ho un gran debito di gratitudine verso L’Avv. Gianni Agnelli, sia per la luce che ha gettato sul complesso automobilistico, sia al suo contributo sull’applicazione pratica nell’espletare i compiti di carattere amministrativo dal 1966: per 40 anni ha diretto in modo esemplare il colosso Fiat. Personalmente non ho avuto mai il piacere di conoscere né l’Avv. Gianni né l’Avv. Umberto, li ritengo questi due persone esemplari nel mondo dell’imprenditoria italiana perchè hanno saputo dare un binomio forte al mondo intero: “Fiat - Italia”. Non è facile trovare il giusto pensiero da poterlo divulgare con serenità, sono infinitamente diversi dai nostri modi di pensare, quindi, un binomio che lascia una vestigia in diversi paesi del mondo. Spesse volte ho avuto la sensazione che le teorie per causa ed effetto appaiono pallide e polverose a paragone degli effetti pratici del caso ed ho sempre tentato di rimanere imparziale e curioso - rerum novarum cupidus.

 

Nota dell’autore

In ognuno di noi si nasconde un qualcosa di surreale capace di suggestionarci, come ad esempio: un giardino colmo di fiori e di rose, oppure un baule che luccica, che rappresenta la frenetica e benevola quotidianità; forse in essi si nasconde il magazzino dei ricordi che riesce a lenire tutti i dolori della vita.
Di sicuro uno scrigno che l’autore Orazio Di Resta vorrebbe aprire impietosito a quanti sanno solo guardare e non osservare, riflettere a riportare le proprie impressioni  chiudendo gli occhi ed aprendo il cuore alla triste realtà, magari trasmettendo a chi legge sensazioni ignote mai provate, ricordi legati alla vita che appagano in un certo qual modo una realtà solo apparente.
La vera felicità è sempre dentro di noi, e ha il profumo dei fiori, è solida ed ha un sentimento fugace, è come una primavera seguita dall’autunno della maturità e dell’inverno della vecchiaia.
Dice: fisso i miei ricordi in ogni testo purché non muoiano insieme a me, nei miei scritti c’è la consapevolezza di essere vissuto nel passato con la fiducia del futuro; il presente è menzionato  in rapidi cenni.
Questo testo è senz’altro la storia di un’anima affranta, senziente e persa insieme a tantissime nostalgie di cose buone.
E’ un libro - diario di viaggio interiore, raccontato in maniera schietta con uno stile, forse, volutamente ingenuo e colloquiale a volte con rimandi spontanei  quanto imprevedibili, tuttavia in grado di adattarsi sempre sapientemente ai contenuti.
In alcuni punti tocca un raffinato lirismo, accetta la sfida di argomenti come la morte e la solitudine; argomenti difficili da trattare senza cadere nel retorico e nel già detto.
Per il poeta scrittore Orazio Di Resta è stata una sfida brillantemente superata in questa ed altre fatiche, la sua avventura in questo testo è stata caratterizzata dall’esperienze alla scoperta del mondo; un’ironia la sua saggiamente amara, uno scudo contro le insidie del mondo che si trova nelle chiose conclusive senza la presa di insegnare alcunché, trasmettendo quella sorta di schietta saggezza proprio a chi ha interiorizzate le proprie esperienze in un mondo sconcio e maldestro in cui si riversa tutta la spontaneità di ogni uomo.
La sua  è una scanzonata consapevolezza di sé che caratterizza lo sguardo trasparente di chi non ha conosciuto il mondo com’è e come potrebbe essere.
Ora è consapevole dei suoi ricordi, atteggiamenti e può permettersi di fissare gli orizzonti sdraiato su una comoda poltrona e fissare la natura ed alberi di muro all’orizzonte, guarda in faccia il suo futuro con un sorriso beffardo sulle labbra.
Cosciente del fatto che sta nei ricordi la misura di quanto si è vissuto e nei ricordi la misura della vita che verrà.
Continua: “La mia vita dice - il poeta - scrittore - è stata un lento fluire tra i ricordi colmi d’amarezze e le continue vicissitudini della mia vita, istante dopo istante; guardo il futuro ancora una volta speranzoso, anche se debbo ammettere che questi due millenni vissuti hanno portato solo inquietudini ed una società maldestra che avanza disordinatamente prostrata alle continue eloquenze della vita.”