Dal Libro: Un pezzo di Storia …

                                                          PREFAZIONE
Il mio essere…. Uomo  

Le amarezze e le  frustrazioni sono state e sono tuttora la mia persecuzione. Da piccolo uomo, parlo della verde età, la vita era tutto un fluttuare di emozioni scaturite dall’unione famigliare, le carezza, le coccole sono sempre state e saranno per ogni bambino il primo grande amore di un genitore, con l’andare del tempo si modificano i sentimenti, la vita stessa prende il sopravvento su tutto,  i giovani si lasciano trasportare dalla corrente più consona ai loro piaceri di vita quotidiana, a me tanti ricordi sono ancora vivi oggi, sgorgano come sangue fluttuante su tutto il mio corpo ed ognuno affonda le sue possenti unghie lasciandomi l’amaro sapore di una vita modulata da una cognizione che a definirla oserei dire spettrale. Ho sempre cercato ripetutamente di lenire il dolore, ma la maschera della disuguaglianza cetale ha lasciato vincoli ben definiti, quindi, non ho mai potuto definirmi un personaggio di una buona cultura, in quanto braccato dalla stessa. Scrivo e ripenso, strappo ed accartoccio, segno e cancello, in questo mio lusinghiero andare le mie frustranti parole ne sono il guato di ogni esistenza atta alla sopravvivenza, ma si è braccati  in vita e cultura in tutti i suoi risvolti. Scrivo da una vita, racconto la mia storia, non rinnego me stesso per quello che ho rappresentato e tantomeno quel che rappresento tuttora; tra il male ed il bene a primeggiare è stato sempre il primo, poche volte ho spasimato d’orgoglio e di piacere. La tanto ponderata felicità è stata solo un sogno, la maschera della sofferenza ha avuto un gran da fare per segnare questo mio corpo che, con gli anni i solchi della fatica, hanno lasciato un teorema stracolmo di faraonici segni geometrici che mai nessuno potrà debellare o cancellare definitivamente, anzi, oserei definirli: “uragani di vendetta”. Tanti episodi frustranti sono stati radicati dalla disuguaglianza. Per me, vivere è stato un processo evolutivo atto all’obbedienza più totale; ho imparato ad essere quello che sono immedesimandomi negli altri, cercando in essi le cose più consone per una vita paritale. Non ho mai cercato il “Paradiso” terreste in questo mio vivere, sarebbe stato per me la prima virtù di Dio nelle mie mani, ma lo avrei pagato con le atrocità più meschine di questo nebuloso mondo sociale. Sono sempre stato un seme immaturo, acerbo per così dire, mai giunto alla piena maturazione con la sofferenza ed il dolore, ma le esperienze hanno fatto sì che nel corso degli anni maturassi intellettivamente e non solo; in tutti i modi non ho fatto altro che cercare ogni risposta necessaria al mio andare, anche se invano. Sono una persona che legge moltissimo e scrive altrettanto, i miei scritti non sono frutto di immaginazione, ma di una riflessione a tu per tu con l’io. Libri e quaderni sono sempre stati i miei compagni di viaggio, con loro continuo a consumare questo mio cruento destino, temperato nel mio essere. Spesso m’accorgo ricercando a ritroso nella mia mente che la colpa muore sempre fanciulla, ed è vero, ma la mia colpa è quella di essere un mediocre pensatore, l’ho pagata e continuo a pagarla a caro prezzo con i miei lavori. Mi sono scontrato con diverse fasce sociali, a partire dall’ignobile al megalomane, dall’ipocondrio al narcisista, dall’onesto al disonesto, e quant’altri che solo Dio sa; sono uscito incompreso da tutti, ma a testa alta. I muri dell’intolleranza non fanno altro che seguirmi, tutti si mascherano per commettere le più crude avversità, non vogliono capire che vivere in armonia è il dono più bello che l’uomo possa avere, purtroppo mi accorgo che il male non va via ma ritorna.
Per far comprendere questo mio ultimo lavoro passo a raccontarvi, pezzo dopo pezzo la mia storia, quella vera, quella sudata ed indolenzita dalle continue vicissitudini di vita.

Cassino lì 30 Giugno 2014                                                              Orazio Di Resta

 

 

 

 

Un pezzo di storia …  antico quando i mondo

Desidero raccontare un pezzo di storia: “la mia vita” travagliata da episodi alquanto sconcertanti, ma vivibili, anche se in stato angoscioso.
Nacqui nel 1952 a S. Andrea del Garigliano da genitori poverissimi. La mia verde età l’ho trascorsa in Via Filettole laddove negli anni 50 abitavamo in una casupola intrecciata da rami di piante ed intonacata con fango ricavato dal terreno, il soffitto non era un gran che, canali mezzi rotti raccolti di qua e di là tra gli scarti delle abitazioni convicinali; ogni tanto persino i serpenti facevano meta in qualche angolino della casa, più di qualche volta li abbiamo scacciati a bastonate, per fortuna i serpenti non erano velenosi, facevano solo spavento; ma negli anni 60 ci fu un massiccio gettito di vipere che hanno avuto il compito di debellare le tante zanzare e gli insetti nocivi alla salute che ne erano in abbondanza su tutti i fronti dell’ambiente in quella zona. Iniziammo con mio padre Carmine e mia madre Angela, insieme ai miei fratelli Enrico e Maria a raccogliere qualche sasso nel vicino torrente che fiancheggiava la Via Limatella, dopo aver raccolto abbastanza sassi li ammucchiammo in diversi posti adiacenti alle scarne fondamenta, non tanto profonde ed altrettanto larghe, ma quanto bastava per sostenere un piano terra, composto da una camera ed una cucina; del bagno ancora non si poteva parlare, ci volevano troppi quattrini e noi, di questi, avevamo quel tanto disponibile per iniziare i lavori. Così verso la fine del 1960 incominciò quel sogno che tanto speravamo di realizzare. Le fondamenta furono gettate e le prime pietre furono poste in favore per la nostra casa, così dopo alcuni anni di sacrificio e di lavoro stressante e pesante iniziammo a sognare concludendo i lavori del piano terra; fatto il solaio si sarebbe dovuto pensare di rifinire l’interno, così fu; verso la fine degli anni sessanta iniziammo a vivere quasi degnamente e decorosamente. Nessun uomo parlava male di noi, negli anni precedenti eravamo calcolati un niente, ognuno si permetteva di farci commentini alle spalle: ma ci rispettavano malgrado la nostra povertà. Più di qualche famiglia aveva bisogno di manodopera, mio padre era sempre il primo ad essere invitato ad intraprendere i lavori, fu così che iniziammo pian pianino a risollevarci da uno stato penoso di vita. Avendo a disposizione qualche piccolo gruzzolo di moneta iniziammo a comprarci qualche animaluccio: una mucca, qualche pecora, qualche maiale e bestiame che potevano interessare per sfamare la nostra famiglia non solo per mangiare qualche buon pezzo di buona carne o qualche uovo, anche di qualche bicchiere di latte fresco. La via della vita era assai tortuosa, ma con la buona volontà siamo riusciti a dare un sogno per ogni famigliare. Iniziammo a crescere anche noi bambini, la scuola era il primo punto cardine dell’inserimento nella vita sociale, quindi, aperte le iscrizioni seguirono la partecipazione. I primi cinque anni furono un vero e proprio spasso: cambiammo diversi insegnanti: la prima fu una maestra: si chiama Maria, anzi Donna Maria, tutt’oggi è la mia madrina, mi vuole un sacco di bene, ogni volta che la incontro l’abbraccio forte forte; mi chiede sempre della vita mia di oggi e come procedono i lavori che da oltre un decennio ho intrapreso con l’Università Riunite ENEA; la seconda fu Maria Angelina, dopo quarant’anni di vita vissuta nell’incertezza di poterla rivedere ebbi modo di ritrovarla; abita a Cassino come me, ho instaurato con Lei ottimi rapporti. Era l’insegnante più bella che io avessi potuto mai sognare d’incontrare: bionda, non tanto alta: indossava tacchi a spillo e vestiti primaverili: era veramente una bellissima signorina; mi insegnò sino alla fine della quinta elementare. Non nego di essere stato un ragazzo modello, qualche volta sono stato un po’ dispettoso e capriccioso con Lei. Ricordo un episodi eclatante: eravamo giunti alle festività natalizie, l’usanza era che ogni famiglia, al meglio delle proprie possibilità, donava come sostentamento qualcosa di produzione propria; si passava dagli aranci e limoni ai fichi secchi, a qualche pezzo di maiale, più di qualcuno le donava qualche panettone di Natale. L’ultimo giorno di scuola era affollatissimo di genitori, ognuno aveva da dire la sua, ma la richiesta più consona era: “Come va a scuola mio figlio/a?”… Fu un anno eccezionale, così che i doni ricevuti dalla maestra erano troppi, era impossibile persino poterli trasportare sino all’autobus per portarseli a casa; si costituì un gruppo di ragazzi idonei con il permesso dei genitori ad accompagnarla all’incrocio del mulino per prendere l’Autobus diretto a Cassino, il quale era distante più di tre chilometri dalla scuola. L’ultimo giorno di scuola, durante le prime ore della mattinata di lezione, più di qualcuno scelto per accompagnarla venne bacchettato dall’insegnante a causa dell’impreparazione o qualche compito saltato; allora strada facendo, chi correva, chi non ce la faceva, chi non era abituato a questo tipo di lavoro e più qualcuno prese a confabulare qualche scherzetto, così strada facendo io e Tonino, un compagno di classe, pensammo di lasciarle il carico e fuggircene, fu un peccato… non avevamo pensato al dopo: al rientro a scuola. IL trasporto proseguì caricando un po’ a qualcuno, un po’ a qualcun altro e giunsero alla meta, ma al rientro a scuola pagammo a caro prezzo il misfatto e non solo, ci fu anche l’aggiunta dei nostri genitori, umiliati da noi precedentemente col misfatto: l’abbandono del trasporto dei doni ricevuti e dare aiuto per caricare tutto sull’autobus. Concluse le scuole elementari fui iscritto alle scuole medie, per fortuna quell’anno fu veramente a nostro in favore, in quanto gli anni precedenti si doveva andare ad un altro paese a fare le medie: S’Apollinare. Furono anni della disperazione: alzarsi molto presto la mattina  e ritornare molto tardi il pomeriggio con l’aggiunta dei compiti da fare; la pacchia per noi ragazzi era finita. Successivamente alle Superiori (Istituto Tecnico Industriale Statale), concluso il quinquennio, con la complicità di mio zio Mattia, a quei tempi Collocatore capo della provincia di Frosinone, fui mandato a studiare a Milano presso il “Politecnico”, ci rimasi per quasi quattro anni e mezzo, cosicché dopo ritornato a casa fui spedito ad adempiere il servizio militare. Feci l’iscrizione al trentottesimo Corso di A. U. C. di Complemento, ben presto ricevetti la comunicazione dell’approvazione e partii per Cormons (Go), dopo il C.A.R. (100 giorni),  finii in un ufficio a Villa Vicentina (Ud), là mi congedai con il grado di Tenente. Passati alcuni anni senza lavoro, fui chiamato ad insegnare Meccanica e Tecnica all’ACLI di Ceccano; questo fu un incontro con il lavoro un po’ deludente, in quanto lo stipendio che prendevo era nettamente inferiore alle aspettative: riuscivo appena a pagare il viaggio di andata e ritorno e chiedere ai miei genitori il vitto per la giornata. Fu così che continuai a prepararmi bene con le materie scientifiche di: Meccanica Generale e Tecnica Nucleare e riuscii anche se ininterrottamente a lavorare per l’Università Riunite ENEA nel settore di ricerca Nucleare. L’insegnamento durò solamente sei mesi, mi aspettavo una convocazione quanto prima dal provveditorato agli Studi di Frosinone, ma non fu così, allora mio suocero Carmine, attraverso i suoi contatti politici, mi fece entrare in FIAT, con un contratto che avrebbe dovuto propormi nuove prospettive di lavoro. Dopo qualche anno fui posto in C. I. G. a zero ore; appena finita la C. I. G. a zero ore saremmo stati tutti licenziati; addio alle mie prospettive di lavoro con la Fiat e con l’istruzione, per fortuna ci furono lotte che indussero i politici, i sindacati e la Fiat a mettersi su di un tavolo a discutere. Così fu che il nostro licenziamento si tramutò in assunzione; ma negli anni avvenire furono una disperazione per ognuno. Venivamo chiamati dagli investigatori Fiat per farci accettare un eventuale licenziamento, in compenso di quattro misere lire. Da tutti eravamo considerati degli sfaticati, per meglio dire: nulla facenti; le accuse che ci venivano rivolte  erano pesanti, persino dai più insignificanti cittadini venivamo bersagliati con le ingiurie, così che, dopo anni di battaglia con le chiamate a consulto per un eventuale licenziamento si passò all’assunzione nella stessa Fiat quasi dopo sette anni di abbandono del mondo lavorativo. Nel lontano 1974, esattamente il 14 Marzo conobbi la mia donna, una ragazza eccezionale sia per intelligenza che per il portamento etico e professionale: una ragazza d’oro agli occhi miei. Durante la settimana antecedente ebbi modo di riflettere a lungo, consultarmi con la famiglia e gli amici; desideravo intraprendere la strada del fidanzamento con questa giovane e bellissima donna. Durante la settimana, seppure un po’ scarso in moneta, ebbi modo di comprarmi una auto: la Fiat 850, una vettura un po’ vecchiotta ma abbastanza funzionale, cosicché pensai di andare a casa della ragazza ed esporre ai genitori la mia idea. Così fu!...   Ecc. ecc. …