Dal libro “Gradini Infiniti”

 

Inno alla città di
“Cassino”

Cassino - Stemma

 

Alza le braccia e volgile verso il cielo,
in segno di fede e di preghiera,
canta e recita gl’inni religiosi
così di speranza vivi con amore.
Vieni pellegrino, abbraccia la Croce,
grida fortemente il nome “Pace”,
ascolta il rintocco delle campane,
che sono gli echi di voci lontane.
Ora, paese mio, ti senti forte,
a tutti i cristiani apri le porte,
ti rivesti con i colori dell’immenso cielo,
proietti tutt’intorno il tuo sì grande zelo.
Terra mia, la morte non mi fa paura,
mi ci fidanzo e ci faccio l’amore fin che dura,
se dovesse avvincermi e portarmi in cimitero,
con sulla tomba un cero acceso ed un fiore nero,
ti giuro, sprigionerò vendetta al mondo intero,
vagherò dalla terra al cielo come un gran foriero.
Nei cieli si eleverà una funesta brezza,
perché da lassù c’è sempre la purezza,
con un alito di vento che mi avvolge il viso,
ti saluto “paese mio” …corro, vado in Paradiso.

 

 

A mio padre
(Malato di cancrena)

Dentro il tuo corpo forgiato dalla cancrena,
le tue ossa irrequiete
s’indeboliscono vistosamente:
rivedo nel tuo breve cammino
una vita sofferente e silente
che corre nei dì.
Ora non devi piangere
e malinconicamente rattristarti,
devi guardare più in là
verso mete lontane.
Il dolore ti tronca il desio
di vivere e di andare,
ma prega che il giorno fatidico
sia ancora lontano…
Trova nuovi orizzonti
inesplorati nel tempo,
abbatti questo inferno
che ti ha dato l’inverno,
non rattristarti
se il tutto è grigio intorno a te,
anche i momenti più tristi
saranno nettare per te.
Nell’oblio del pensiero invadente
non c’è il martirio di un uomo che va…
Solo il dolore ti accomuna alla vita.
Cammini verso la morte
cercando la pace,
ma nel tuo corpo
irrigidito dal freddo,
martoriato da tanto declino
regna la fragilità;
ma nel delirio infernale
che dentro ti brucia
si accende il fuoco
di un infernale vulcano,
che in te tutto travolge,
lasciandoti solo
il calice amaro della disperazione.
Come un parassita assennato,
con il corpo a brandelli
sbranato dalla cancrena,
cerchi la pace e ristoro,
ma non trovi. …
male ti è dato
da questa immonda vita,
l’anima ti è rimasta purgata
da tanto veleno,
ora sei qui
ad aspettare la morte,
unico conforto
per la tua vita andata in delirio,
ma lei non ti vuole
e ti tocca aspettare…
Continui a tremare,
a soffrire,
a strillare,
c’è poco da fare…
aspettare il buon Dio
che ti dia una mano.
Finalmente!
“Ora l’immagine divina
che ho sempre sognato è con me,
sento il corpo irrequieto ruggire:
è arrivata la mia ora
e con grande orgoglio e piacere
mi sento baciare.
Grazie, madre mia cara,
il mio nero passato è andato
ed ora son con Te.
Cuore di fiamma alato
grazie per quanto mi dai,
ora nei bui meandri
una luce è rinata…
Addio mio amaro mondo,
addio triste mio regno…
Adesso sono come un tempo,
pronto a costruirmi il futuro
tra gli Angeli, Dio e i Santi.”
Finalmente!...
“Dopo tanto patire e soffrire,
mi guardo nel cielo
costellato di infinita purezza…
e qui che ricomincio la vita.”

 

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A mio padre
“Malato di cancrena”

La poesia nasce nei primi mesi degli anni ottanta.
Un dì autunnale dell’anno 1975 mio padre, contadino, invalido di guerra, mancante del braccio sinistro, si recò con gli arnesi di lavoro, zappa, pala e gravina, nella sua campagna a spianare la maggese lavorata poche settimane prima. Durante il lavoro si trovò dinanzi a una radice di quercia che gli impediva di proseguire il lavoro: iniziò a scavarla quando, accidentalmente, la gravina anziché battere sul terreno, prese la strada del suo piede destro procurandogli una frattura ossea al collo del piede. Portato al nosocomio di Cassino per prevenire e curare il danno, lo ingessarono dopo un piccolissimo intervento e lo collocarono a riposo con la dovuta terapia da seguire. Al che, dopo qualche giorno, il dolore divenne sempre più forte e lacerante. Ritornato all’ospedale per il controllo non ci capirono un bel niente. Così iniziò il suo calvario di ospedale in ospedale anche in altre province finché un bel giorno suo fratello, vivendo a Roma, gli consigliò di farsi ricoverare al “Policlinico Umberto Primo”. Così fu!... Io ero stato chiamato dalla Fiat di Cassino per iniziare la mia vita lavorativa; era il tempo di prova quando mi giunse la notizia che a mio padre gli era stata amputata la gamba destra per uno stato avanzato della cancrena. Mi recai all’Ospedale e lo trovai sofferente e depresso: ancora strillava per i forti dolori, si lamentava della gamba, ma ormai non l’aveva più: gli era stata amputata. Ma la cancrena non si era fermata e continuava il suo corso attraverso il suo corpo emaciato. Ha cercato la pace con tutte le sue forze, ma non l’ha mai trovata e dentro di sé ha sofferto i più atroci tormenti. Finalmente… dopo tanto soffrire sente il corpo irrequieto ruggire: “finalmente è arrivata la mia ora” e con un ultimo sforzo di dolore ringrazia il Signore e guarda il cielo costellato di infinita purezza: qui rincomincia la vera vita.

 

Torri di New York

Vi ho viste alte e possenti,
regine incontrastate di New York,
ora rivedo un cumulo di macerie.
Ho guardato in alto nel cielo,
nemmeno l’ombra
del vostro maestoso volto,
un assassino vi ha distrutto
il cuore: il volto.
Ora morenti giacete
in polvere e calcinacci,
ci auguriamo un giorno
possiate risorgere
ancora più belle.
Come la fenice…
“dalle vostre stesse ceneri”.
La morte ha solcato la vostra area,
il lutto ha colpito l’umano mondo
e New York giace ferita.
Dei tuoi assassini
scomparsi nel nulla
ben pochi conoscon la via…
Si cercano in terre lontane,
ma solo l’anima vostra conosce la via…
Risorgete splendenti
come l’alba radiosa,
inebriate i cuori
dei vostri figli impauriti
e New York brillerà come allora.

 

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Torri di New York

La poesia nasce l’undici Settembre appena appreso al mattino la distruzione delle torri di New York: furono sequenze di pensieri furtivi immediati, impressioni apocalittiche di un momento atto al declino della psiche umana. Le immagini furono spaventose, mi chiedo: “Come può essere crudele il cervello umano?” Solo una mente diabolica ha potuto pensare di colpire l’intera umanità attraverso quell’atto cruento ed indescrivibile. Con questi pochi versi il poeta / scrittore Orazio Di Resta lascia un ricordo di immagini inconsuete, catastrofiche atte alla distruzione umana. Si augura, infine, che queste due meravigliose torri col tempo possano risorgere, come una fenice, dalle loro stesse ceneri ancora più belle ed inebriare del loro splendore il cielo di New York e quei cuori impauriti, figli dell’amore e della libertà.

 

Inverno… Peccati di vita

Ogni santo giorno mi domando:
“Ma l’inverno è proprio quando fa freddo?”
No!
E neppure quando piove e soffia vento,
non dico quando c’è neve e ghiaccio,
tantomeno un giorno
pieno di nubi nere e minacciose . …
Forse sarà
quando si perde la sintonia in famiglia
tra i lunghi litigi
e pianti infiniti,
quando intorno a te
tutto cambia colore e si offusca.
Chissà!
Forse questo è inverno. …
Non tocco la sopravvivenza,
di sicuro qui è un altro inverno,
forse più macabro.
Inverno è senza dubbio:
la cattiveria,
l’arroganza,
la miseria,
e la vendetta. …
Pensate ad un famigliare
che vi evita,
a un genitore
che vi gira le spalle
e borbotta…
a un fratello
che v’ingiuria e vi bestemmia. …
Bhe!
Veramente “questo” è davvero inverno. …
Pensiamo ora ad un figlio lontano,
al tuo amore perduto,
ad un famigliare malato,
alla scomparsa di un caro,,,
Uummmm!
Questo è puro inverno,
quello della “Disperazione”.
Pensate un po’ alla pace!...
In quei giorni nefasti
accendete un fuoco:
tutto risplende
nella sua fiamma,
persino nei cuori
e negli occhi
ritorna il sereno,
la gioia.
Tutto s’illumina con un sorriso,
e dopo tanto odio
si torna felici,
e l’inverno
frettoloso se ne va,
lasciando cuori
colmi di felicità.

 

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Inverno… Peccati di vita

La lirica di alto contenuto sociale, nasce intorno al duemilauno, riflettendo naturalmente sulle varie problematiche sociali che investono una società che si dimostra incapace di risolvere tutti quei problemi altamente assillanti di una società ormai alla deriva. Viviamo nell’era del terzo millennio ed ancora non siamo riusciti a stabilire una norma generale di convivenza sociale, le problematiche senz’altro sono sempre più complesse ed all’ordine del giorno, per cui si potrà affermare che saranno tempi duri ed amari per le future generazioni. Il tema più comune e più assillante che grava in ogni famiglia, si può ritrovare in questi pochissimi versi della poesia “Inverno… peccati di vita”. Dalle tantissime amicizie che oggi sono riuscito ad accumulare ho riscontrato che in tante di esse ancor oggi gravano questi pesi enormi di convivenza; forse è colpa della società che non ha saputo dare inizio ad un percorso da seguire per alleviare queste continue e frustranti debolezze che gravano quasi in ogni famiglia ed in ogni ceto sociale. La lirica mette in evidenza i punti più scottanti di una vita avviata al declino, senza alcun aiuto esterno di una qualsiasi Istituzione vigente nel nostro paese. Il poeta mette in evidenza come si possa perdere la sintonia in famiglia vissuta attraverso i continui litigi ed infiniti pianti e non nega che il punto cardine è quello della sopravvivenza. Passa successivamente a valutare la cattiveria, l’arroganza, la miseria, e la vendetta. Poi si rivolge ad un genitore che gira le spalle ad un figlio e borbotta e ci si rende conto come si possa perdere quasi la sensibilità di appartenere ad una famiglia. Per dare un senso più completo a questo argomento si può parlare di un figlio lontano, di un familiare scomparso, di un amore perduto. Per concludere il poeta addolcisce questi momenti e si mette a parlare della pace proprio in quei momenti duri e disastrosi, dice: “Accendete un fuoco: tutto risplende nella sua fiamma, persino nei cuori e negli occhi ritorna il sereno, la gioia. Tutto s’illumina con un sorriso, e dopo tanto odio si ritorna felici e l’inverno frettoloso se ne va, lasciando cuori colmi di felicità”.

 

Partenza… Addio
Dopo tanto silenzio,
tanti pensieri mi hanno solcato la mente:
devo andare,
partire per terre lontane,
lasciare i miei cari. …
Partirò domani alle prime luci del mattino…
Forse andrò in Afghanistan…
A visitare Kabul o forse ad incontrare un Mujahedin …
Chissà, potrei anche incontrare qualche Talebano
o addirittura Bin Laden.
Forse approderò prima in America,
partirò con i migliori della guerra:
scienziati, chimici, tecnici nucleari. …
Partirò!
Addio mio dolce amore…
Ci rivedremo un altro giorno. …
Chissà!... Forse!... Non so! …
Non è il partire che mi addolora,
ma lasciare il mio amore e la mia prole.
Ora il tempo è contro di me,
il vento soffia forte,
la pioggia si trasforma
ora in lacrime ora in grandine.
Potrei aver fortuna!...
Ma tu, amore mio,
augurami “Buona fortuna”.
Ti scriverò una lettera al giorno,
mentre andrò in giro,
ma anche tu viaggerai con me,
con la testa,
con le mani e con il cuore.
Ti manderò a casa tutto quanto imparerò.
Addio, mio dolce amore.
Ci rivedremo un’altra volta
in un altro giorno.
Ti racconterò i miei guai,
i sorrisi miei e degli altri…
Il tutto con una divisa
Con tre stelle sulle spalle,
elegantemente abbottonata…
Sul petto onorificenze e fasce tricolori…
Di sicuro sarò ignorato
e da tutti sconosciuto,
ma al mio fianco
ci sei tu
a seguirmi e a farmi compagnia.
Spesso sento parlare di una città
dove potrei anche andare: Kabul!
Una città di morte e di sventura. …
Laggiù tra i monti
la gente mi guarderà
Sotto il velo della speranza…
una speranza chiamata “Disperazione.”
Addio, amore mio,
sacro al mio cuore,
alla mia vita,
bene dei miei beni,
un giorno ci ritroveremo,
non importa dove o quando,
ma saremo sempre insieme…
Insieme per sempre! …

 

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Partenza… Addio

La lirica nasce nell’anno in cui l’Italia mandò i primi aiuti umanitari all’Afghanistan, quando la guerra al terrorismo prese nell’Oriente causando anche l’occupazione delle nazioni vicine per fronteggiare, accerchiare e sconfiggere l’esercito dei Talebani di Bin Laden che infestava tutto il territorio Afgano. Prima che arrivassero le feste di fine anno, esattamente nella prima decade di Dicembre, mi giunse il “Decreto di Reperibilità” emesso dal Ministro delle Forze Armate Italiane, secondo il quale, essendo un “Tecnico Nucleare”, avrei dovuto accompagnare e partire con le truppe di difesa dell’Afghanistan. La poesia nasce in un momento molto delicato, valutando i pro e contro di una vita miserevole vissuta in Fiat. Furono momenti di panico, di paura  e di un continuo martellamento della psiche, finché nei primi giorni di Gennaio dell’anno successivo ebbi l’annullamento di tale provvedimento. In quei momenti ero felice e la gioia mi riempiva il cuore: non nego che se avessi dovuto intraprendere il viaggio in Afghanistan e partecipare appieno alla guerriglia come Tecnico Nucleare lo avrei espletato a pieno con le mie risorse, anche versando l’ultima goccia di sangue. La lirica parla di una partenza obbligata in terre lontane; il poeta si rammarica nel doverlo fare perché è molto attaccato alla famiglia e dice: “Non è il partire che mi addolora, - ma lasciare il mio amore e la mia prole”. Rivolgendosi alla moglie dice: “Potrei aver fortuna!... – Ma tu, amore mio, augurami “Buona fortuna”. Ti scriverò una lettera al giorno, - mentre andrò in giro, - ma tu viaggerai con me, - con la testa, con le mai e con il cuore. – Ti racconterò i miei guai, - i sorrisi miei e degli altri … - Tutto con una divisa con tre stelle sulle spalle. – Addio, amore mio, sacro al mio cuore, - alla mia vita, benedii miei beni, - un giorno ci ritroveremo, - non importa dove o quando, - ma saremo sempre insieme… - Insieme per sempre!”

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