Poesie dal libro:
L’Essenza della vita

 

Corri tesoro mio ... scopri la vita

Allarga il tuo sguardo nel mondo:
penetra nelle parti ignote e sconosciute
ed afferra la vita senza paura
perché ti appartiene.
Non spaventarti nei momenti avvelenati
dalle punture delle ortiche o degli insetti,
oppure dalle spine di una rosa
o dal sorgere di un nuovo sole. ...
Accarezza i petali di una rosa
e scoprirai le vicissitudini della vita.
Va nei cuori di chi t’ama,
esplorali con gli stessi sentimenti,
ti accorgerai che dentro di loro
albergano enormi piante colme di fiori,
di frutti e caldi semi da scoprire.
Vivi con tutta te stessa il quotidiano,
un dì ti troverai in un campo di grano fertile
e pronto a germogliare.
Sii gioiosa agli occhi di tutti,
allarga le tue braccia al mondo,
sorridi alle pungenti spruzzate d’amore. ...
In te si rispecchiano le cime dei monti,
le valli e le colline feconde di vita,
innalza il tuo spirito in alto nel cielo.
Corri,
corri sempre più veloce,
cerca il tuo fiore di primavera,
la tua anima gemella che ti sta ad aspettare ...
va, non farlo aspettare;
sboccia presto.
Ora sei pura ed immensa,
immensa come il Signore.

 

 

Figlia mia ... sposa cara

Ho seguito il tuo cammino ...
ti sei accesa di mille colori
tra la malinconia ed il sorriso;
ho visto sbocciare il tuo cuore
in un giorno freddo ed oscuro,
mentre la neve turbinava in alto
e silenziosa scendeva greve
sui monti e le valli e su ogni cosa,
ricoprendo con una candida coltre
i tetti, le piazze e le strade.
Ora ti vedo un po’ pallida,
scarna, silenziosa e pensosa.
I tuoi splendidi occhi sono colmi di lacrime,
che ora spargi ovunque ...
Somigli ad un astro che brilla nel cielo
e ad un campo di fiori
che emana un profumo soave.
Sorridete montagne innevate,
sorridete piante in fiore,
splendete valli annebbiate,
rispecchiatevi nel cielo:
in questo momento sta passando la mia sposa
tra candidi fiori e raggi dorati del sole.
Sta coronando il suo sogno d’amore . ...

 

New York
(Terra di dolore)

Tutto ha una partenza obbligata,
il fatal giorno rimane immutato;
messaggi inviati non raccolti ...
troppi son scritti sulle lavagne
quando già tutto era segnato.
Il tempo ha scolorito l’addio degli amici
ed uno striscione ricorda il sacrificio.
Da queste terre è volato l’angelo mio in cielo
quando lassù è sopraggiunta la morte,
senza un preavviso od una spiegazione,
oppure un commento al genocidio.
Duemilaottocentouno chiedon vendetta:
spietato sentimento affligge il paese.
Gente dai cuori afflitti venite da me
se volete guarire e piangere per ricordare,
la fede si prende molti dei suoi diritti
ed il dolore allevia le più atroci sofferenze.
La frontiera della solidarietà s’è spenta,
le ultime benedizioni segnano i volti ...
volti affranti e spenti dal gelido dolore
e dalla martoriata sofferenza e dal declino.
Ho lavorato a lungo fiancheggiando la morte,
ma solo a New York ho trovato la vita ...
quante pacche sulle spalle mi tocca sorbire,
quanti sorrisi amari mi tocca vedere,
sono appena abbozzati e colmi di terrore,
credo che la fede in nome della Bibbia
sconfigge la rabbia e appaga i sentimenti.
Per me,
oscuro poeta,
mi vedo in un inverno,
colmo di nubi nere e di pesanti retroscena,
duri da superare,
malinconico e paziente aspetterò
i primi tepori della primavera.

Vergogna ...
Dialetto Sant’Andreano - (Vernacolo)

Mamma Santa,
chiù vaio annanzi e chiù m’ metto vergogna,
e mm’è difficile vive ‘ncoppa sta terra.
La lista della morte nò ‘ns’ ferma,
ogni santo juorno t’è na storia a ssè.
Leggio troppe vote l’ paggine d’ giornale,
e ssò tutte cene d’ sventura,
c’ n’ trovassi una ch’ facesse a caso mio ... niènte!
La delinguènza e crimine d’ogni sorta
s’ commettono ‘nquantità ...
l’ vote m’ ripèto sconcertato,
è meglio rimanè rento a st’ quatto mura
ch’ nnò rapì gl’uocci e uardà fore
o a legge i giornali,
cò tutte chelle scène d’ gente massacrata
ch’ tt’ fanno rabbrividì l’anima e gliò pensiero!
Gliò scuorno m’è trasuto rento alle cerevèlla:
è comme a nnò chiuovo fisso
ch’ ‘ntrona e ‘ns’ commove.
M’ uardo e tengo la facci zozza d’ vergogna,
appena escio fore uardo ‘ncielo,
m’accorgio ch’ ssò figlio d’ nna terra assassina
ch’ tutto annascogne e porta ‘nseno,
ma l’anime abbelate corrono p’ gliò cielo,
nò vv’ dico,
ma s’ cc’ fate caso puro l’ stelle s’annascognono
e la luna s’ n’ foie pecchè s’ mette paura.
M’ vero ‘nzanguelentato da capo a ppieri
e la vergogna è peggio della tirannia,
c’ penza essa a fareme ricordà e gliò Signore,
ch’ vere, uarda e osserva ‘ndistrubato.
Puro quanno vaio alla messa,
appena traso,
m’ vero Gesù Cristo misso ‘ncroce,
e porta ‘nguoglio gli segni delle cortellate.
Attuorno tanta gente cò l’ lacrime a gl’uocci,
soffre, prega e jausa l’ mani ‘ncielo,
e gl’uocci miei s’ chiurono chiano chiano,
mente m’affiorano
dui gocce amare ‘nnanzi alle pupille
ch’ ss’ sò spente
dopo nò travaglio avvelenato,
e gliò dolore
‘ncoppa a chesta terra
colma d’ogni vita.
E’ inutile! ...
‘Ncoppa sta terra è tutto na vergogna ...
m’ domando cò rammarico e dispiacere:
ma alla chiesa a scotà la Messa ch’cc’ jate a ffà?
S’ appena entrate v’ verete sperduti e sconfitti
‘nnanzi a chella statua
ch’ rappresenta gl’amore p’ la vita,
almeno p’ chiglio momènto ... e può? ...
Quanno scete fore
tenete gliò diavoro alle calecagna
e tutto s’ recominza addò avete lassato.
Ch’ vergogna ...
trementeteve a gliò specchio
s’ nnò ‘nc’ credete ...
può v’annascognete.
Quanti suspiri,
quante sosciate e risusciate,
quanto veleno ch’ tenete ‘nguorpo ittate fore ...
sicuro lo fate sulo p’ v’addocì  sta sofferènza,
lò male genera l’ato male e lò bbene l’ato bbene;
fateme capì,
diteme nò puoco:
quanno s’ vence d’ sorriso ssa facci ch’ tenete?
V’ lò site chiesto mai ch’ tutto chesto
rappresènta la facci vosta ‘ncoppa sta terra?
I sò ssicuro mai! ...
Pecchè è cena d’ vergogna,
e tutto chello ch’ fate
v’ lò meritate.
Nati  p’ vive rento la vergogna,
na vergogna d’ ‘nfamità.
Chesta è la vita.

 

Penna e foglio in bianco

Foglio coperto di scarabocchi e macchie,
seguito da uno scritto incomprensibile
che man mano a seguir diventa limpido,
con le parole che si concatenano
col formar delle stupende frasi.
Finalmente!
Appena impadronito dello scritto,
soprattutto del controllo della penna,
mi lascio percorrere liberamente
in lungo e largo
in questo foglio grigio ... quasi bianco,
senza chieder permesso alla mia mente.
Mi sembra d’esser in una palestra a far ginnastica,
i muscoli si tendono
e pian piano diventano elastici
e tutto il foglio
m’appare come una palestra.
Ora mi domando:
cosa potrei fare senza la mia penna e senza le mie mani?
Ad ogni tocco obbedisce ciecamente ...
potrei dir di lei che è brutale
e spregevole mal pensare ...
perché per tanti anni
ha sempre trasmesso i sentimenti,
quelli belli o macabri
che la mente mi dettava.
In quei momenti ero io lo strumento
ed ho dovuto tanto sopportare a lungo
la sua soffocante stretta e non solo ...
anche di tutte le sorelle che l’han preceduta.
La loro morte è avvenuta tra le mie dita,
e quando detto e scritto
è stato già sepolto in un cestino.
Sicuro dei miei gesti
e nella scioltezza della mia sintassi
non ho mai trascorso nell’ozio
le tante funeste ore
che eravamo abbracciati io e lei,
penna mia.
Ho scritto pensando
e dimostrando a tutti il mio valore,
soprattutto responsabile dei pensieri miei.
Ora finalmente posso lasciarmi andare
senza chieder permesso a più nessuno.
Cara penna:
“Siamo solo noi a segnare questo foglio
e lasciarci impresso un bel pensiero”.
Ora prima che tu mi dica qualcosa,
ti prego,
lasciami solo un secondo riflettere in santa pace.
In ogni momento ti porgo le mie occhiate
e guardo stupito  quello che riesco a fare ...
magari con le poche idee per la testa,
però so adoperarti bene;
ti fo saltellar continuamente con piacere,
metto in sequenza scritto e puntini senza sosta,
insieme, io e te,
sappiamo esprimere
e trasmettere il pensiero con tanta umiltà.
Quante volte ti strappo il tuo cappuccio,
lo metto per tenerlo d’occhio dinanzi a me,
e tu, un po’ delusa e silenziosa,
vai indifferentemente
là dove ti porta il mio cuore.
Sicuro lui guarda il tuo bel scritto,
afferra le prime righe col pensiero,
osserva le tracce sporche,
che solo per coincidenza
assomigliano a parole e frasi intere.
Di sicuro ti accusa d’imbrattare questo foglio
con un riluttante inchiostro,
e combinarci sopra tanti pasticci e scarabocchi.
Si rammarica il tuo cappuccio
nel veder tanto strazio.
Ma a questo punto,
ahimé, il tutto per lui è illeggibile,
ed io,
come poeta,
ho affidato a te questo foglio in bianco,
e non mi esimo di chiedermi
come soffre in questo momento il tuo cappuccio.
Dentro di me non c’è più pace,
seguo le orme del pensiero
ed affido al vento i miei pensieri.

 

Nota dell’Autore
          
Orazio Di Resta, poeta della vita, parla di un mondo palpabile, vero per la gente qualunque. Parla della gente e ciò che costituisce il loro mondo, la loro vita di tutti i giorni. Se veramente nel suo andare aveva fatto la corte a qualcuna, questa era sicuramente la vita; l’infanzia, l’amore, il dolore, la guerra, i poveri, la religione e le stagioni, sono i nodi centrali di un’ispirazione tutt’altro che disordinata, ma armoniosa e coerente. Ingenua e maldestra, l’infanzia è per il poeta la sola età in cui è possibile risuscitare il mondo puro, non compromesso dalla meschinità e dall’egoismo degli adulti; dice: “Si può dire ad un bambino di tacere, gli si può chiudere bruscamente una porta in faccia; in questo, lui se ne infischia, perché la sua immaginazione è al di là di noi adulti, ha dentro di sé un universo tutto suo, è come un viaggiatore clandestino che esplora gioioso uno sterminato deserto, oppure una steppa arida e interminabile. L’amore, ecco forse, solo l’amore ha il potere di farci ridiventare bambini: esso può presentarsi a noi in tutte le forme: c’è quello sognato, quello respinto, quello minacciato, ma quello che conta è la forza rigeneratrice che lo proietta in mondi sconosciuti e inesplorati. Nelle sue liriche, specialmente in “L’Essenza della vita”, il poeta - scrittore Orazio Di Resta mette in evidenza un sentimento particolare che discende dallo sgomento del vivere e che sembra trovare sfogo alternativamente tra la noia e l’angoscia che nascono in noi dal constatare come la vita non sia che un’orribile ripetizione: i giorni scorrono uno dietro l’altro, come una processione monotona, non facciamo altro che confermarlo girando senza sosta in un universo polveroso e ostile. Dinanzi a quanto detto in riferimento alla vita, esistono mali collettivi più gravi, come la guerra, la religione e la povertà: la guerra e la religione sono l’oggetto dell’ironia sferzante del Di Resta, perché i poveri sono le vittime. Da questa profonda solidarietà nascono molte poesie di toccante semplicità, disadorne di retorica. Lo spirito dell’artista deve essere asservito alla vita e alla bellezza. ... In seguito, tuttavia, l’artista dovrà cancellare le tracce di sfogo che ha dovuto compiere per dare all’opera l’apparenza della vita o, meglio, infonderle la vita stessa. La poesia del Di Resta si segnala soprattutto per alcune virtù particolari. La sincerità e l’intima serietà che, al di là delle esperienze, la percorrono tutta. Anche nel sorriso, nella gaiezza del riso il poeta non dimentica che la vita è dovere, lotta e dolore, che per molti, troppi soffrono, e che l’ingegno tradisce se stesso se non si rivolge all’elevazione dell’umanità.