Narrativa: “Giovannino e Maria” da:
Volume III
Per le strade del mondo

 

 

  
La storia è realmente accaduta nel primo periodo del 1900, promotori due giovani di diverse estrazione sociali. L’amore l’una per l’altro li colse molto giovani; ma già da bambini erano sentitamente legati. Spesse volte venivano a mancare alle proprie famiglie e questo fatto non andava giù ai genitori della piccola Maria; nonostante tutto, l’interesse dei piccoli aumentava ogni giorno e i loro sentimenti maturavano sempre di più. Un bel dì, improvvisamente, la madre di Giovannino si ammalò; accompagnata dalla sorella con una vettura lussuosa si recò in città dal medico di famiglia, ove fu poi portata in una clinica privata. Il piccolo, intanto, veniva lasciato alla custodia della governante, la quale ebbe l’incarico di sorvegliarlo ogni istante. Il resto della giornata passò senza altri sussulti, ma, all’ora di cena, nella grande sala regnava il silenzio. Il signor Carmine non aveva nemmeno il coraggio di parlare addolorato dal fatto avvenuto; ma il bambino, constatata la mancanza della madre, chiese come mai ella non fosse al suo posto e che cosa le fosse successo. A queste domande pensò di rispondergli la governante che, con tanto rammarico, dovette dare delle spiegazioni convincenti al piccolo, anche se non conformi alla realtà; così il piccolo Giovanni, tale era il suo nome, soddisfatto della versione, continuò la cena senza porgere alcuna domanda. Giunta l’ora di andare a letto, la gentile governante   lo   portò   nella   sua   camera,   lo   svestì  e lo mise a letto; dolcemente gli cantò una stupenda ninnananna e, prima di prendere sonno, la donna consigliò al bambino di non strillare onde evitare il risveglio del papà. Insonnolito il bambino subito si addormentò e la governante spense con un soffio la candela, si chinò sul bimbo, lo baciò e via in silenzio per la casa, ordinando tutto ciò che era in disordine sino all’ora del meritato riposo. Nella notte fonda il bambino sognò la madre che con tanto affetto lo stringeva a sé, ma la stretta della cara mamma era troppo forte ed il piccolo Giovannino, mezzo addormentato, si svegliò con ancor davanti agli occhi il dolce sorriso della mamma; strillò forte per lo spavento, dicendo “Mamma, mamma perché mi stringi tanto?” … … … ….>>>>>
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Tutto è sereno nella nuova famiglia del signor Carmine, e Maria, ormai madre si dedica esclusivamente a Marco, il figlio e nipote prediletto di tutto il casato, ma i suoi pensieri spesse volte vanno nel tempo remoto, esattamente a quel sabato pomeriggio che iniziò a coronare il suo sogno e soprattutto a maggio, il mese delle rose, delle sue rose e dell’amore, che coronò il suo sogno; in tale periodo, anche quando non le vede, ne sente il profumo. Alle rose, infatti, deve la sua felicità di oggi e non può fare a meno di ricordare gli episodi di tutta la sua vita intorno a loro. “Anche questa sera, mentre lavoro a maglia accanto alla culla di Marco aspettando il ritorno di mio marito, il pensiero ritorna al maggio di tanti anni fa. Mi succede sempre così, racconta Maria, aspettando la fine della settimana faccio mille progetti piacevolissimi”. Niente lavoro, niente noie, uno spettacolo speciale, forse un imprevisto elettrizzante ... ... Poi, la domenica arriva, incominciava e finiva sempre allo stesso modo: rappresentava un giorno malinconico e banale con in più il rimpianto di quello che poteva accadere e non accadeva mai. Ad un sabato pomeriggio di tanti anni fa vanno i miei pensieri, un giorno indimenticabile che oggi mi ritorna sempre più frenetico nella mente. Anzitutto, ero completamente sola, mi misi a sfaccendare la casa di malavoglia. Il pensiero di tutte le ore che avevo davanti da trascorrere in solitudine mi dava  un  sottile  senso  di  malinconia. Rinunziai ad andare anche al parrucchiere perché l’idea di farmi bella per nessuno mi faceva sentire ancor più triste. Cominciai a leggere senza eccessivo entusiasmo un libro giallo comprato alcuni giorni prima. Ero alle prime pagine, quando squillò il campanello della porta. Andai ad aprire senza curiosità e mi trovai di fronte un fattorino che reggeva un fascio di magnifiche rose. “E’ lei la signorina Maria?...” “Si sono io” confermai stupita. “Allora queste sono per lei”. E mi porse i fiori restando a guardarmi con aria interrogativa. Frastornata com’ero, capii in ritardo che il ragazzo aspettava la mangia di rito. Lo pregai di attendere un momento ad andai in camera mia a prendere il borsellino contenente quei pochi spiccioli di risparmio che ero riuscita ad accumulare e a tenerli sempre stretti in caso di bisogno. Appoggiai il fascio di rose sul tavolo, mi accorsi che vi era appuntato un biglietto. Lo aprii frettolosamente con le dita impacciate dal nervosismo, ma dovetti leggere più volte le parole che vi erano scritte prima di afferrarne il senso. “Spero che questi fiori ti facciano capire ciò che non ho mai osato dirti. Telefonerò domani alle undici per sapere se sono stati graditi”. Non c’era firma. Un energico squillo mi riportò alla realtà: evidentemente il fattorino si era stancato di aspettare. Tornai fuori e: “Mi scusi”, chiesi timidamente, “Sa chi ha ordinato questi fiori?”  Il ragazzo esitò, poi vedendo il biglietto da cinquemila che gli porgevo si decise a dire: “Era un giovanotto alto, biondo, molto elegante. Non so dire altro, perché non è un cliente abituale del nostro negozio”. Poi scappò via, lasciandomi sola incredula e felice. Dopo aver sistemato le rose dal lungo gambo in un vaso, restai a guardare trasognata. Non avevo mai ricevuti fiori così belli, anzi, per essere sincera, non ne avevo mai ricevuti, nemmeno di più modesti. Non ero tipo da omaggi floreali, io. Non che fossi brutta, tutt’altro, forse perché ero povera  e non appartenevo a famiglie di alto rango, ma affidavo ai miei sogni le mie speranze che, col tempo erano diventate stanche ed esili. Ma adesso quei fiori stavano per testimoniarmi che avevo destato l’interesse di qualcuno, forse di quel mio vero piccolo amore, che dall’infanzia mi salvaguardava. Passai in rassegna le mie scarse conoscenze maschili, scartandole ad una ad una: stavo per dichiararmi sconfitta, quando mi venne in mente l’impossibile: Giovannino, il mio giovane amico dalle mille peripezie infantili, biondo, alto, elegante e molto sicuro di sé. Certo, non pareva proprio il tipo timido e romantico che affida i suoi sentimenti ad un anonimo fascio di  “rose”. Non volevo abbandonarmi ad inutili speranze, ma mi sorrideva l’idea che fosse proprio lui quello che ormai chiamavo l’uomo del mistero. Mi dissi che non potevo fare altro che aspettare il giorno dopo alle ore undici. Però non riuscivo a mettermi tranquilla.  Cercai inutilmente  di  riprendere  la  lettura del giallo; il pensiero correva sempre più veloce, purtroppo dovetti cedere alle mie tentazioni di risolvere quell’enigma. Intanto continuava a trascorrere il resto della giornata sotto il continuo martellare delle ipotesi che mi rendevano così eccitata da non combinare niente di buono; ma alla realtà ancora una volta mi chiamava Marco che, svegliatosi bruscamente, piangeva per la fame. L’attesa del giorno successivo fu stressante per me, però fu cospicua e generosa con la mia sorte. Il mio uomo mi chiese la mano ed oggi sono molto felice di averlo accettato come compagno per tutta la vita e godo con lui i piaceri di questa vita immensa che ci lega, fatta d’amore sincero e di tanta felicità che auguro a tutti coloro che hanno il piacere di leggere la mia vita fatta di sacrifici, di pazienza, di gioia, di dolore e di tanto tanto amore.