Il Fascismo ed il Bolscevismo da:
Volume V
Per le strade del mondo

 

Il fascismo in Italia ha avuto una grande importanza perché ha salvato l’Italia dal caos e dalla rovina: basterebbe, per convincersi di ciò, soffermarsi a considerare i due quadri politici del 1920 e del 1924.
Il peggio che possa capitare ad una nazione è che l’umanità non ne possa trarre una lezione o un’esperienza.
La rivoluzione è allora qualche cosa che reca con sé tutte le scosse e i dolori d’un parto senza che rimanga un figlio per il padre e per la madre, un cittadino per la patria, un essere per l’umanità.
Il fascismo ha lasciato dietro di sé una lezione ed un’esperienza senza confronti ad un popolo in preda alle convulsioni dell’anarchia, ai pericoli d’una rivoluzione permanente e alla crisi dell’autorità.
Io non sono un fascista, ma ho conosciuto tanti uomini che, senza essere fascisti come me, hanno saputo penetrare nell’animo del fascismo e continueranno ad esserci critiche sul fascismo, solo in quanto questo mancò. A mio parere, di decisione nell’applicazione di alcuni dei suoi postulati più propriamente rivoluzionari.
Quando i nostri trepidi liberali sentiranno rimproverare il fascismo ed il suo Duce di non aver osato abolire, o quanto meno, modificare il parlamento italiano, togliendogli quel potere che lo fa arbitro della situazione governativa, della pioggia e del bel tempo in materia di crisi arricceranno sicuramente il naso.
Il  fascismo  è   nato  come  conseguenza   fatale  da   tre elementi del corpo di guerra.
L’imporsi del bolscevismo culminato con l’occupazione delle fabbriche, la delusione di quanti speravano veder nascere dalla vittoria conquistata a prezzo di tanti sacrifici e di tanto sangue un’Italia più grande e rispettata oltre i suoi confini e il discredito del Governo e del parlamento, il fascismo ha rintuzzato e ridotto a mal partito il movimento comunista attraverso l’opera spietata e cauterizzatrice delle sue lezioni, ha dato all’Italia, con un governo più forte, quel prestigio cui il suo apporto nella guerra mondiale le dava diritto, ma non ha saputo o voluto modificare radicalmente sia il parlamento che i suoi supporti col Governo.
Eppure i due primi mali non erano che una conseguenza del terzo: il comunismo aveva preso piede in Italia solo perché i governi del passato non avevano osato fronteggiare l’accresciuta baldanza come si conveniva per il tema di applicazioni parlamentari dato che nel parlamento le sinistre avevano una disprezzabile preponderanza.; per lo stesso motivo l’Italia era discesa al regno di parente povera degli Alleati, la Vittoria era svalutata, gli eroi della guerra beffati, senza che una voce si alzasse a protestare. … … … >>>>>
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Come abbiamo visto il popolo ha sofferto molto, la politica di allora è rimasta la politica di oggi, che ampiamente dà ragione in tanti punti all’applicazione della forza da parte del regime fascista; il popolo è stremato  dalla  disoccupazione,  dall’impoverimento  del potere d’acquisto, dalla svalutazione continua monetaria, dal crescente deficit politico che avanza paurosamente; ancora oggi questi immondi politici non hanno capito che non serve aumentarsi lo stipendio per lavorare meglio, non serve far crescere il deficit, non serve sperperare i beni della nazione inutilmente, non serve aumentare tasse al popolo di continuo per fronteggiare la loro sete di denaro.
Con la caduta del fascismo in Italia si ha avuto la certezza matematica me la ricchezza acquisita dall’Italia durante l’impero fascista è stata quasi subito sperperata dai nostri politicanti del secondo dopoguerra, continuando la defraudazione  che allora capeggiava nella monarchia italiana.
La politica fascista era troppo diversa dai maestri della guerra di allora, che, con l’evento della prima guerra mondiale, si arricchivano alle spalle dei popoli conquistati, stremati dagli attacchi continui delle loro forze militari.
Purtroppo come abbiamo visto e continuiamo a vedere, se in Italia non si cambia politica, e se i governi invece di servire il popolo non fanno altro che pensare ad arricchirsi di sicuro tra non molto saremo costretti a vivere come in un paese del terzo mondo.

 

 
 Nota   dell’ Autore

Dal primo vagito all’ultimo rantolo noi siamo consegnati al tempo, viviamo del tempo e nel tempo.
E sul tempo saremo giudicati: su come l’abbiamo adoperato, sprecato, vissuto, trascorso, prodigato o impiegato.
Eppure, forse mai come oggi, c’è uno scialo pauroso del tempo.
C’è scarsità di lavoro.
E’ vero.
Ma c’è, soprattutto, scarsità di voglia di impegnarsi, di assumersi responsabilità in proprio.
Di rispondere di sé.
Molti vivono come se fossero in una eterna vacanza.
Anche in campo spirituale, spesso si sogna di impegnarsi.
Si dicono o si ascoltano parole, parole, parole.
Ci si accontenta delle organizzazioni, del numero, del nome.
Ci si prepara sempre – studiando e promuovendo tavole rotonde – per impegnarsi in un lavoro apostolico futuro.
Che resta sempre futuro.
Viviamo come se Cristo non ci avesse insegnato un metodo: “Predicate che il regno dei cieli è vicino.
Guarite gli infermi, resuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.
Io sostengo che non bisogna fare come fece Cristo ai suoi titubanti discepoli che non ordinò di studiare, di approfondire, di prepararsi, ma di andare ad ammaestrare tutte le nazioni.
E noi caparbi, ne facciamo un titolo per un convegno, invece di prenderlo per un comando personale.
E il gioco è fatto.
Stiamo sempre per partire, ma senza alzarci mai dalle nostre “comodità quotidiane”.
E’ tempo di rimboccarci le maniche.