Poesie da:
Volume IX
Per le strade del mondo

La voce della campana

Quando a valle
odo rintocchi di campana
noto che ogni testa,
d’uomo o donna che sia
ogni fedele devoto a Dio
la testa scopre.
Ogni vecchietta
consacrata a Dio si segna
con il segno della croce.
Le noto al mattino,
al mezzo dì
ed all’ora dell’ Ave Maria.
Ma quasi tutti,
all’udir quella bronzea voce,
si segna sulla fronte con la croce,
quella Benedetta e Santa,
quella che Dio
ad ogni uomo ha dato.
Lo spirito religioso permane,
è piena di sacro quella voce
e il malato
all’udir quella dice:
“Voce Santa e Benedetta di Dio pensaci tu”.
Suona, suona campana del monte,
Eremo di Dio e di S. Benedetto,
chiama i tuoi figli pellegrini
sparsi in questa terra,
fa sì che tornino
alla terra Sancti Benedicti
perché solo a Montecassino si prega
e si perdona in nome del Signore,
e chi ascolta la bronzea voce,
Dio e i suoi Santi ha in core.

                                                                                      

    Città - smog

Guardo negli occhi
i chiari crepuscoli
che metton le fiammelle
alla tua città,
lontano si notan veicoli
che odoran di smog,
tra i tuoi cupi problemi
una sirena và.
Nel trambusto invincibile
l’anima mia
s’abbandona nelle nebbie
e dinanzi m’appare
un rosso mantello,
una voce di donna mi assale
e risuona affabile
nella mente come una corda.
Quella donna sei tu.
I miei pensieri non sono arditi
come le piaghe delle tue vesti d’oggi. ...
E le tue donne
le ciglia-frecce abbassano spesso.
Ma verso i tuoi inganni senza fine,
inutilmente vola l’anima mia,
vagando tra gli sguardi
di donne ormai spente
e le luci altrettanto;
nel mio cuore il sapor dell’amaro,
quello di viver
in una tormenta senza fine. ...
Or le mie porte sono aperte
ed è gelata la mia vita,
sono stanco dei vezzi dell’anima
su questo paese
che pian piano va assiderandosi,
ma, una pietra preziosa di tempesta
mi brilla come ghiaccio sulla fronte
e avvolgendo il mio cuore
ha sbarrato di neve il firmamento.
La primavera non verrà
e non serve:
“Ormai son di gelo
e vicina è la morte”.

 

La vita dell’uomo

Con la gioia e col dolore
si riempie l’uom d’amore,
s’illuminano i sentimenti
martoriati dai tormenti.

Nel cielo tante stelle
che di sera si fan belle
accendendosi una ad una
al cospetto della luna.

Nel silenzio il mio pensiero
corre forte e ne son fiero,
cose tristi son passate
colmandomi le giornate.

L’amore è un dolce canto,
ti ravviva con il pianto,
sol soffrendo si ama davvero
e l’abbraccio è un dono sincero.

Tra le tue mani le belle stelle,
ti riscaldano il cuore un po’ ribelle,
ma quando credi di amare davvero
tutto ti sfuma in un sogno vero.

Ritorni ad amare i tuoi pensieri
con i tormenti di oggi e di ieri,
in cielo lo sguardo scruta l’immenso
ed io m’accendo di sapore più denso.

Osservo atterrito il firmamento,
di paura mi chiedo senza lamento,
Dio è grande in tutte le cose,
amandomi, m’ha regalato un mondo di rose.

Le rose, con le loro spine che mi riempion d’amore,
mi ricordano sempre la fatica ed il sudore.
Ma nel grembo bello del mio pensiero
porto il ricordo di quand’ero guerriero.

Con tanto amore parlava il suo cuore,
ma lui ricambiava con ferocia e dolore.
Uomo infedele nel giorno dei Santi
cerca perdono per tutti quanti.

Son tutti miei figli questi sonetti
che vanno per il mondo soli soletti,
bussano sovente alla porta de re
proclamandosi principi ed onorano te.

La burrasca or sento arrivare
e la faccia mi devo lavare,
il lampo ed il fulmine
sembrano scoppio di mine.

Io pazzo d’amore,
sconfitto nel cuore
aspetto con stile
l’ardor primaverile.

Son canti d’uccelli
i dolci ritornelli,
son sempre quelli
degli alati più belli.

I fiori di maggio del mese più bello,
han ricoperto la natura di un bianco mantello,
di profumi e di fascino si riempie la natura
mostrandoci folti i sentieri e le mura.

Ammira l’uomo dai sogni perduti,
ritorna con Dio e i suoi Santi
fai felici tutti quanti
rinnovando l’amore dei giorni perduti.

 

 Sciopero,  Sindacati e Governo

Oggi mi sento di vana gloria,
mi accingo a scrivere versi di poco conto,
mi accorgo spesso di essere un illuso,
forse qualcuno dice: “Un povero Cristo”.
Penso proprio che questo qualcuno ha ragione,
perché ora mi trovo veramente confuso.
Dopo una stressante giornata di lavoro
non mi rimane che riposarmi un po’,
forse ho bisogno del ripristino dei sentimenti,
magari col sonno riuscirò ad integrare il perso.
Mi ritornano sovente le parole
dette dai colleghi lavoratori
durante le ore di sciopero in corteo:
“Babbeo mettiti in corteo”.
Non aveva torto costui, di questo ne son certo,
perché in quel momento la massa pensava
che chi lavora durante lo sciopero è un vile
e come tale dev’essere trattato.
Solo ora m’accorgo d’essere d’accordo
con questi versi sfoderati con presuntuoso orgoglio
dalla massa posta dai sindacati in agitazione.
Quando si sciopera, lo si fa per un buon motivo
nel bene e nel male il motivo va rispettato,
in fondo non fa altro garantire
la presenza combatta dei lavoratori.
La vita è colma di sorprese,
spesso ci si trova innanzi a cose spiacevoli;
in questo caso la massa
calpesta ferocemente i diritti altrui,
senza badare a più di tanto
a quelle conseguenze
che spesso paga sempre
l’operaio pertinente,
o meglio, quella classe lavoratrice debole,
più indifesa,
quella facilmente attaccabile.
Premetto che nessuna classe lavoratrice
si può facilmente strumentalizzare
come quella operaia:
qui incontriamo ceti di ogni razza
e culture diverse,
spesso proprio questi
sono i mali della società,
la gente colta è sempre arrogante,
il povero e l’ignorante
sono costretti a subire
ed i mali nessuno li sconfigge.
Mentre il malcontento
si allarga dismisura,
chi sta bene vuol star meglio,
chi sta male
vuole risollevarsi un po’,
ma , con tutto il caos
che abbonda tra i poteri dello Stato,
le istituzioni pubbliche e quelle private,
c’è proprio tutto
per far di tutta l’erba un fascio.
Chi non capisce
perché non vuol capire,
intorno a loro
c’è proprio di tutto
e tutti fanno festa alla nazione.
Solo la votazione è lo strumento
per schierare tutti contro tutti
e noi pecore
andiamo a farci tosare da sole,
poi arriva la lagna,
accompagnata dal malcontento generale,
a me una cosa preme sapere:
“Quando si vuol essere uomini e non caporali?”
La risposta nasce spontanea, “Mai!”.